venerdì 23 marzo 2012

giovedì 15 marzo 2012

Aspetta. E chi si muove.

Qualcuno sa dirmi in che anno è uscito il Libro delle Risposte? Non mi va di chiedere a Google.
No, perché ricordo di essermi nascosta dietro un pilastro in una libreria Feltrinelli e avergli chiesto se avrei mai trovato l’amore. E visto che ho trovato l’Architetto da un numero di anni tale che, a dirlo, sembrerei molto più vecchia di quanto sono, deve essere successo, diciamo, molto tempo fa.

In ogni caso, sono poi usciti i vari libri tematici. Perché, per fare i soldi sulla stupidità della gente, si trova sempre un modo.

Il libro delle Risposte d’Amore (consultabile online, amici da casa. Toccatevi la fronte e contemporaneamente fate click col mouse:saprete la verità sul vostro partner. Cercatelo, se avete coraggio.)
Il libro delle Risposte di Lavoro.
Il libro delle Risposte di Paulo Coelho.
Il libro delle Risposte di Paolo Brosio.

Però l’originale è quello con la copertina nera e la scritta argentata che fa molto Holy Bible nei cassetti dei comodini dei motel americani.
Un libro in cui credere, questo delle Risposte.

Nei motel si prega di continuo.

E dunque sono messa così male, e ho così tante domande da porre e nessuno a cui porle, che l’altro giorno, da Mondadori, ho tolto il Libro delle Risposte da una pila (stava nel reparto Real Time, tra Arredo casa disperatamente di Paola Marella e Matrimonio da favola di Enzo Miccio), e l’ho portato in un angolino buio e poco frequentato: quello dei Meridiani.
Ne ho presi tre e ho creato un fortino dietro cui nascondere il Libro delle Risposte.


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mercoledì 14 marzo 2012

Come sopravvivere alle gattare grazie a Martin Woodhouse.

Ci sono diversi e bellissimi motivi per cui ho deciso, di punto in bianco, che portarmi dietro un libro da leggere negli spostamenti per raggiungere il Master of horror, potesse rivelarsi piacevole.

Perché lo faceva Rory in Gilmore Girls.
Perché sembro molto raffinata.
Perché finché avrò un masterizzatore dvd non passerò sera senza guardare film; e quindi non leggerò.
Perché non mi piace chiaccherare con le vecchie alla fermata del pullman.
Perché il tentativo di ascoltare la musica è fallito miseramente.

L'autrice in un momento di relax.

Solo che. Solo che.

Solo che io vivevo nell'errore. Credevo di vivere in una città in cui una ragazza con i capelli rosa, lo smalto blu, una maglietta stracciata e un cappottino Burberry potesse salire e scendere dalla metropolitana con un libro sotto un'ascella e l'IPad sotto l'altra, nell'indifferenza più completa.
A Berlino. O su Plutone. Non so.

E invece no.


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giovedì 8 marzo 2012

Ivette senza tette.

Nel 1993 poteva succedere di avere nove anni e non conoscere le parole de La solitudine della Pausini.
Se non le conoscevi, non eri nessuno.
Tra gli innumerevoli motivi per cui a nove anni non ero popolare, c'era che non conoscevo le parole de La solitudine.

L'autrice nega di aver mai cantato a squarciagola
La solitudine di Laura Pausini.

 Noi amichette più strette salivamo sulla giostrina che girava e cantavamo in coro La solitudine mentre andavamo sempre più veloce.

Solo che io cantavo in playback.

Francamente mi vanto ancora adesso della scaltrezza grazie alla quale capii che, muovendo anche solo le labbra, avrei ottenuto lo stesso risultato.
Sono passati tanti anni e di lampi di genio simili, se ne sono visti pochi (tranne quello di ieri in cui mi sono trasformata in una super-sexy-spia-agente-della-CIA. Ma questa è un'altra storia.)


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giovedì 1 marzo 2012

Perché alcuni giorni hanno una freccia lampeggiante rossa, e altri no.

Una notte, ho finito il mio romanzo.
Erano le 3.38.
Ho scritto la parola FINE, non perché fosse necessaria, ma per fare un po' di scena.
Poi ho guardato in basso a destra l'orologio e il 3.37 si è trasformato in 3.38.

Quindi alle 3.38 ho finito il mio romanzo.

Era stata una giornata in cui avevo tenuto penne in mano solo per il gusto di far scattare continuamente il tappo.
Avevo accavallato le gambe solo perché potevo far dondolare meglio il piede.
La Compagna di Divano mi aveva rivolto la parola, ma io guardavo così attentamente le lenticchie che avevo nel piatto che non l'avevo sentita.

La sera stessa o quella dopo, non mi ricordo, sono uscita con l'Architetto. Gli ripetevo Lo sapevo, lo sapevo che era la giornata buona! e lui mi diceva Brava, brava! e abbiamo brindato con boccali di birra.
Che poi, mica è vero che lo sapevo. Però quel giorno ero stata troppo, troppo sveglia e la testa mi girava e avevo un sacco di cose da dire, solo che non le ho dette, ma le ho scritte e toh.

Certo è che il mercoledì è sempre pieno di significati nascosti, se lo si guarda dal giovedì.

Non appena l'Autrice ha scritto la parola FINE, tutti gli spettatori
si sono alzati e hanno raggiunto l'uscita.

 Ma poi due giorni fa il volume del televisore era oggettivamente troppo alto.
E per di più era sintonizzato su Maria de Filippi.
Degli anziani ballavano sulle note di Granada.
Ma soprattutto, Maria de Filippi.
E gli esseri umani che abitano questa casa alzavano la voce tutti insieme e tutti nelle mie vicinanze.
E io dovevo scrivere una sinossi, che praticamente è un riassunto.
Un riassunto. Proprio io.
E mi sono accorta di aver scritto male il nome di un famoso architetto, proprio un secondo prima di premere il tasto invia.
Allora ho urlato a tutti di chiudere la boccaccia e buttare il televisore in una discarica.
Così mentre la porta sbatteva e in lontananza mi accusavano di credermi una Virginia Woolf del cazzo, ho mandato quello che ho scritto a una casa editrice.

Non credo che, ripensando a questo giorno, ripeterò Lo sapevo, lo sapevo alzando in alto un bicchiere di birra.

E poi stava suonando ancora Granada.





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