lunedì 25 febbraio 2013

Cose di un w/e fiorentino.

Il senso dell'olio di Argan per la commessa.
Non lottate con la commessa del negozio Lush. Arrendetevi, abbandonatevi tra le sue braccia. Lasciate che vi mostri le ultime novità, che vi spieghi la mission dell'azienda, che vi spalmi addosso olii da massaggio, che scrubbi via le asperità. Disumano lo spreco di energia nel tentativo di spiegarle che mancate dal negozio "soltanto da qualche mese". Avete una vaga idea di come possono cambiare le cose nel giro di qualche mese? Sapete quante nuove fottutissime Ballistiche sono state lanciate sul mercato? Non provate pena per voi stesse nell'ammettere che volete solo "dare un'occhiata in giro"? Basta opporsi. Fate l'amore e non la guerra. E in ogni caso, se anche voleste fare la guerra, sarebbe comunque opportuno avere la pelle ben idratata e profumata. Quindi conversate amabilmente con queste commesse iperservili che, dietro richiesta, non esiterebbero a farvi la lavanda dei piedi. Annusate, sorridete. Comprate qualcosa oppure non comprate niente: non è importante. Al momento di uscire, però, non rifiutate il catalogo, ché sennò siete proprio stronze.


Un saluto a Fabio, cameriere dell'Hard Rock di Firenze, napoletano emigrante.
Io e l'Architetto siamo i napoletani meno napoletani che esistano. E' duro ammettere che molti concittadini confermano luoghi comuni e dicerie, ma così è. Noi no, e come noi chissà quanti altri. Ebbene, per quanto tu possa stare sulle tue e parlare a bassa voce e in italiano perfetto e senza accento, e mangiare il panino con il lampredotto come se l'avessi fatto per tutta la vita, ci sarà sempre un compaesano che ti sgama.
Da cosa? Boh.
Ne derivano una serie di esternazioni di affetto e nostalgia ("Di che parte di Napoli sei? Ma di preciso! E di che quartiere? E che scuola frequantavi?") che voi, in quanto napoletani molto poco napoletani, non gradite affatto.


Liste.

Dall'Architetto, con amore.

Aumenta la lista delle cose che non so fare. A "non sa andare sott'acqua senza tapparsi il naso" e "non sa camminare sui tacchi, sulle ballerine e sulle pantofole", si aggiungono i mitici "non sa giocare a Ruzzle" e "non sa mangiare nulla senza dare origine a scenari di morte e apocalisse nel suo piatto e sul tavolo tutto intorno al piatto".


Quando portavo i bracciali borchiati e i vestiti da figlia dei fiori, tutto insieme. E non era fashion.
Sto vivendo una crisi di mezza età. Questo non mi porterà ad accompagnarmi a toy boy, indossare attillate tute fosforescenti e a fare quattro lampade settimanali per mantenere l'abbronzatura. Sono e sempre sarò molto pallida, non indosso abiti sportivi e l'Architetto è l'unico uomo a cui mi accompagno. Tuttavia sto comprando collane che non avrei mai comprato e lo stesso dicasi per maglie, giacche, borse. Non sentivo questo impulso al cambiamento dalla fase simil-punk che ho attraversato nel 1998. Avevo 14 anni e sono passati 14 anni. Per dire.


Riflessioni mor(t)ali.
E' brutto dovermi applicare in qualcosa in cui non credo, perché ho la sensazione che, se potessi applicarmi in qualcosa in cui credo, mi riuscirebbe benissimo.
Esempi:
rileggere-correggere-migliorare il mio romanzo per un premio letterario che non mi piace assai;
scrivere per un giornale che non mi piace assai;
avere a che fare con persone che non mi piacciono assai.
Molta fatica. Pessima resa.

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mercoledì 20 febbraio 2013

Come festeggiare gli anniversari.

Un gigantesco beep steso su un'altrettanto gigantesca imprecazione. 
(David Foster Wallace - La scopa del sistema)

Qualcuno avrà intuito che io e l'Architetto ci troviamo, nostro malgrado, in mezzo alla marmaglia che festeggia San Valentino, perché il 14 febbraio festeggiamo il nostro anniversario.
Non è mica colpa nostra se ci siamo baciati selvaggiamente contro i muri della notte dei baci Perugina proprio quel giorno.
Non potevamo certo trattenerci e aspettare una data meno commerciale.
Se uno deve baciarsi e palpeggiarsi non sta a pensarci su troppo.

Qualcuno avrà anche intuito che l'Architetto gode della mia compagnia e della mia innata simpatia da un considerevole numero di anni. Questo ha incrementato le possibilità che, proprio in qualla data, in mezzo ad altre 364 date disponibili, tutto vada di merda.
Non chiamatemi scaramantica, non lo sono affatto. Anzi, se c'è una categoria che disprezzo al pari di quelli che credono nei segni zodiacali, è quella di chi getta il sale, fa le corna, non passa se il gatto nero gli ha tagliato la strada. Però l'esperienza mi ha portato a trarre questa conclusione: il 14 febbraio si accumulano aspettative, positività, negatività, qualche virus, una pioggia di troppo, e niente, va tutto a puttane.

Come la volta che mi salì la febbre a 39, solo due ore prima di dover uscire.
Come quell'altra che mi venne la bronchite e l'Architetto aveva preparato una romantica cena.
Come quest'anno che l'Architetto si è preso la febbre.
L'Architetto.
Che è tipo Wolverine, ghisa fuori e adamantio dentro. Con vestiti di mithril.

Un bagno rilassante secondo l'Architetto.

Allora eccola la soluzione.
IGNORARE.
Gente, ignorate compleanni, onomastici, feste, san valentini, anniversari.
Rimandate tutto e non pensateci.
Non prenotate in ristoranti di lusso, non fate a tutti i costi qualcosa di speciale e diverso da quello che fate di solito. Ho visto una ragazza rovinare al suolo come un fagiano impallinato, perché inerpicata su un paio di tacchi che, evidentemente, non erano le calzature che era solita indossare. Tutti a ridere. Una tipa ha urlato a un'altra, qualche metro più avanti: "Oh, ma hai vist' ch' carut' ha pijat' chest'?!" (Trad. "Amica, hai per caso avuto la fortuna di vedere la distastrosa caduta della ragazza, proprio qui in mezzo alla strada e davanti a tutti?)
Mettete le scarpe basse se non siete in grado, ragazze. Non siamo mica in una puntata di Uomini e Donne?
E voi ragazzi, non comprate mazzi di fiori se non li avete regalati nemmeno una volta nella vostra vita.
Non andate a mangiare pesce, se il vostro stipendio non vi consentirà di ripetere l'impresa per un altro anno.
Non pretendete di essere stupiti tutti i giorni. Di rendere indimenticabili certi momenti diventando, per un po', qualcun'altro. Amiamo la normalità, gente. E i caffè presi al volo tra un impegno e l'altro pur di potersi vedere per cinque minuti.
Celebrate sottotono, tra di voi. Non ci sono telecamere che vi inquadrano. Non dovete condividere le foto della vostra felicità su Fb.
Poi certo, se voi tutti i giorni saltate con l'elastico da un ponte, e andate a scuola con la macchina fotografica, e al cesso con l'Iphone, va anche bene che per il vostro compleanno vi gettiate da una mongolfiera e per san Valentino scriviate una frase sgrammaticata su un muro.
Contenti voi.

Per quanto mi riguarda io preferisco, quando nessuno se lo aspetta, e quando non me lo aspetto nemmeno io, prenotare quattro giorni in un'altra città, non dirlo a nessuno e chiudermi in albergo.


Ciao, ci vediamo al rientro.


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giovedì 14 febbraio 2013

Dodici.

Ho messo da parte gli abitacoli delle macchine, certi punti del Mar Mediterraneo, dei regali, alcune telefonate incerte e mute che duravano ore, mentre sedevo per terra con la guancia bagnata poggiata al vetro della finestra.
Dei pezzi di muri, delle panchine, dei marciapiedi dove ci siamo spesi troppo senza mai capirci, e ogni parola ci allontanava di paesi e mondi interi.
Sì, siamo la somma di dodici; ma ho messo tutto talmente da parte - chiuso in un cassetto - che non me lo ricordo più.
Mi ricordo soltanto due mani nella stessa tasca e i baci sulle guance che ci davamo un po' troppo vicino agli angoli della bocca, quando ancora non era permesso.

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martedì 5 febbraio 2013

The days seem so strange from my windowpane.



Ci sono io.
C'è una madre, una sorella, una nonna, praticamente un gineceo - i cicli mestruali sincronizzati come in prigione. C'è un padre lontano, l' Architetto, la Strega di Blair, il direttore, una migliore amica che si sposta per l'Italia, gli amici di master.

C'è quello che provo per me stessa, quello che dice il mio personaggio, quello che scrivo di me.
C'è l'amore per una, lo straniamento dall'altra, il senso di colpa e le porte a vetri sbattute, una finzione costante e perpetua piuttosto dolorosa - difficile da non contraddire, la complicità e il sesso, l'affanno di sembrare seria quanto sono, sbottonarmi la cintura e fare la cretina, il silenzio condiviso di chi si conosce tanto e bene, essere buffona quasi sempre.

C'è quello che pretendo da me stessa, quello che dico di pretendere, quello che vorrei pretendere.
La serenità e la sicurezza, la superficialità e poche domande, il buongiorno ogni mattina e fingere di non sentire gli insulti e gli "stronza puttana", resoconti periodici e un lavoro che lo liberi, la fedeltà e tutta la mia attenzione, idee giovani e articoli precisi a testa bassa e senza scherzare troppo, che sia io a mettere la stanza di buonumore, che alzi il telefono più spesso o almeno che scriva più email, che prenda la parola quando loro stanno zitti.

C'è quello che voglio fare, quello che dico di voler fare, quello che scrivo di voler fare, quello che vorrei volere.
Pomeriggi a cucinare dolci, una cosa in comune - piccolissima - da condividere, almeno un ricordo che non sia un travaso di bile. Ammettere che ci ho sperato fino all'ultimo e credevo che avesse ragione e, adesso che so che non è così, può anche morire in un fosso. Aprirmi tanto da fargli leggere tutte le cose belle che mi ha scritto addosso, essere più simile a lei, osare chiedergli un'opportunità, e non dover riepilogare la mia vita ad ogni telefonata ma parlare di un libro o delle sue mattonelle, ed essere più vicina ai loro sentieri per fare ancora un po' di strada insieme.


Andare a dormire, sognare molto.
Svegliarsi.
Ricominciare da capo.


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venerdì 1 febbraio 2013

Epistolario.


Carissimi organizzatori di rassegne cinematografiche mediamente interessanti,

sono una sopravvissuta.
Sono superstite alla grande epurazione/ammutinamento/rompimento-di-coglioni-da-lavoro-non-retribuito che affligge la redazione di uno sfigatissimo settimanale online, su cui, francamente, provo vergogna a mettere il mio nome, tanto che ho ipotizzato al direttore la possibilità di firmare i miei pezzi con lo pseudonimo di "Carmen Sandiego".
Ha riso molto, credendola una battuta scherzosa.
Vi scrivo comunicandovi che, da alcune settimane, avete l'onore di essere presenti sulla nostra rivista. Segnaliamo infatti ai nostri lettori l'appuntamento con la vostra rassegna cinematografica mediamente interessante.
I responsabili di eventuali tafferugli in sala sono certamente quei nostri tre o quattro lettori. Salutateli con la manina, a loro farebbe piacere. E comunque noi non ci assumiamo nessuna responsabilità per i danni che potrebbero causare a cose o persone.
Ora: noi abbiamo le nostre colpe verso l'umantà, ma voi non scherzate mica. Perché se è vero che una rassegna che dura tutto l'anno necessita di un certo periodo per la definizione del programma, è ugualmente vero che non potete rendere note le proiezioni previste con tre giorni di anticipo. Ché già il tutto è mediamente interessante, poi non lo pubblicizzate adeguatamente, poi perdete l'occasione di finire su settimanali prestigiosi come il nostro: insomma!
Chi cazzo vi ha messo lì a organizzare rassegne di film? 
A che razza di vita sono destinata? Uscire e entrare in un milione di siti in cerca di informazioni che non trovo, non rassoda nemmeno i glutei. Voglio dire: se almeno lo sforzo servisse a qualcosa!
Chi devo minacciare per avere il programma di febbraio?
Quanti ostaggi devo uccidere per avere quello completo?

Certa della vostra più completa collaborazione, mando i miei più cordiali saluti.

M.
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