Considerando che non posso parlarvi della primavera o dei fiori o degli ultimi acquisti o del Coachella, in questo post parliamo un po' di niente. Giusto per farci compagnia.
Sono bloccata a letto, dato che non sto mangiando praticamente nulla. Io mangio tutti i santi pasti tutti i santi giorni (più alcuni pasti inventati di sana pianta da me medesima). Immaginerete i miei leggeri capogiri.
La tv è per i fessi.
I film per chi ce la fa fisicamente a seguirli.
Le serie tv pure.
Passo dalla posizione semiseduta, alla semistesa, alla stesa, alla seduta con tre cuscini a sostenere la schiena. Sembro - vorrei sembrare- una bella antica romana con un grappolone di uva in mano nel suo triclinio.
Sono più John Belushi in Animal House.
Comunque ho il mio bel Ernesto da leggere e mi sto innamorando - anche se sicuramente troppo in ritardo. Tutto il Twitter sa che sto leggendo i racconti di Hemingway (leggi: ho rotto i coglioni a tutto il twitter perché non ho un cazzo da fare e ho uno smartphone).
Gioite voi che non siete su Twitter.
Un giorno vi racconterò questa cosa dei peli delle braccia, anche se in parte l'ho già fatto.
Comunque.
Ernesto era nei miei programmi di lettura solo dopo Pigmeo di Chuck Palahniuk, la storia di questo ragazzino straniero, terrorista sotto copertura, che arriva in America per uno scambio studenti.
A me Palahniuk piace. Non tutto quello che ha scritto mi fa impazzire alla stessa maniera, e non credo sia un santone da citare in ogni conversazione, ma mi piace in maniera discontinua e per -forse- strane ragioni.
Così apro Pigmeo piena di belle speranze, leggo, e lo richiudo dopo una pagina, e prendo un secchiello di metallo, e ci butto il libro dentro, e lo cospargo di cherosene, e accendo un fiammifero cantilenando un rituale di purificazione.
Dovete sapere che tanti anni fa, quando lessi Ogni cosa è illuminata, credetti di aver acquistato una copia difettosa simile a quella di Se una notte di inverno un viaggiatore di Calvino, con l'impaginazione sbagliata e l'italiano a cazzo di cane. Già mi pregustavo avventure amorose tra gli scaffali di una libreria quando capii che rientrava tutto nella norma: Alex scriveva come uno straniero scriverebbe qualsiasi lingua che non fosse la sua madrelingua. E comunque non era l'unica voce del libro. E comunque, se anche fosse stata l'unica voce, sarebbe stata capace, più avanti nel testo, di poesia non indifferente.
E' in preda alla nausea galoppante che scopro - troppo tardi- che Pigmeo è scritto per 238 pagine così.
Ehm.
Vaffanculo.
Mi dicono che superato questo piccolo scoglio linguistico, il libro faccia molto ridere e sia una bella satira dell'America, della politica, delle dittature e compagnia bella.
Ma perché devo superare questo scoglio linguistico?
La lingua fa parte della bellezza di un'opera letteraria. E' dalla prosa, dalla grammatica, dall'ordine e dalla scelta delle parole (oltre che dalla storia) che si trae piacere.
Un libro volutamente e - non lo metto in dubbio - coerentemente sgrammaticato può essere sagace, divertente (e a questo punto è il minimo, Dio mio. Deve essere almeno tutte queste cose), ma taglia fuori tutto il piacere del suono di cui voglio godere.
Perché mai dovrei superare lo scoglio linguistico, dico io. Perché hai pensato di mettercelo questo scoglio, Cristo santo.
E' come se io odiassi la cipolla e mi mettessero davanti un cibo zeppo di cipolle e mi dicessero "Tranquilla, è buonissimo, ci sono tutti gli ingredienti che ti piacciono di più e lo ha cucinato il migliore chef in circolazione, solo non far caso alle cipolle".
Ma anche no, scusa.
Io ho capito che l'outfit tipo del Coachella è fatto di shorts e qualsiasi cosa sopra, purché senza reggiseno.
— CoseCheNonEsistono (@NonEsistono)
Sono bloccata a letto, dato che non sto mangiando praticamente nulla. Io mangio tutti i santi pasti tutti i santi giorni (più alcuni pasti inventati di sana pianta da me medesima). Immaginerete i miei leggeri capogiri.
La tv è per i fessi.
I film per chi ce la fa fisicamente a seguirli.
Le serie tv pure.
Passo dalla posizione semiseduta, alla semistesa, alla stesa, alla seduta con tre cuscini a sostenere la schiena. Sembro - vorrei sembrare- una bella antica romana con un grappolone di uva in mano nel suo triclinio.
Sono più John Belushi in Animal House.
Comunque ho il mio bel Ernesto da leggere e mi sto innamorando - anche se sicuramente troppo in ritardo. Tutto il Twitter sa che sto leggendo i racconti di Hemingway (leggi: ho rotto i coglioni a tutto il twitter perché non ho un cazzo da fare e ho uno smartphone).
Che giuoia, il primo racconto in cui non muore nessuno e però c'è uno stupro.
— CoseCheNonEsistono (@NonEsistono)
Liz Coates si è innamorata dei peli sulle braccia di Jim Gilmore e la capisco benissimo.
— CoseCheNonEsistono (@NonEsistono)
"Se uno stupido sposa una puttana come diavolo saranno i loro figli?"
— CoseCheNonEsistono (@NonEsistono)
Gioite voi che non siete su Twitter.
Un giorno vi racconterò questa cosa dei peli delle braccia, anche se in parte l'ho già fatto.
Comunque.
Ernesto era nei miei programmi di lettura solo dopo Pigmeo di Chuck Palahniuk, la storia di questo ragazzino straniero, terrorista sotto copertura, che arriva in America per uno scambio studenti.
A me Palahniuk piace. Non tutto quello che ha scritto mi fa impazzire alla stessa maniera, e non credo sia un santone da citare in ogni conversazione, ma mi piace in maniera discontinua e per -forse- strane ragioni.
Così apro Pigmeo piena di belle speranze, leggo, e lo richiudo dopo una pagina, e prendo un secchiello di metallo, e ci butto il libro dentro, e lo cospargo di cherosene, e accendo un fiammifero cantilenando un rituale di purificazione.
Dovete sapere che tanti anni fa, quando lessi Ogni cosa è illuminata, credetti di aver acquistato una copia difettosa simile a quella di Se una notte di inverno un viaggiatore di Calvino, con l'impaginazione sbagliata e l'italiano a cazzo di cane. Già mi pregustavo avventure amorose tra gli scaffali di una libreria quando capii che rientrava tutto nella norma: Alex scriveva come uno straniero scriverebbe qualsiasi lingua che non fosse la sua madrelingua. E comunque non era l'unica voce del libro. E comunque, se anche fosse stata l'unica voce, sarebbe stata capace, più avanti nel testo, di poesia non indifferente.
E' in preda alla nausea galoppante che scopro - troppo tardi- che Pigmeo è scritto per 238 pagine così.
Porta magica scivola orizzontale silente, scompare dentro muro aprendo cammino da fuori. Non tutto totale vetro, sporgenza di metallo alluminio in bordo cornice colore argento, porta scivola finché dentro appare donna vecchia, donna schiava con casacca rossa, apparato a molla pinzante fronte di casacca e appesa piccola insegna stampata con DORIS.
Ehm.
Vaffanculo.
Mi dicono che superato questo piccolo scoglio linguistico, il libro faccia molto ridere e sia una bella satira dell'America, della politica, delle dittature e compagnia bella.
Ma perché devo superare questo scoglio linguistico?
La lingua fa parte della bellezza di un'opera letteraria. E' dalla prosa, dalla grammatica, dall'ordine e dalla scelta delle parole (oltre che dalla storia) che si trae piacere.
Un libro volutamente e - non lo metto in dubbio - coerentemente sgrammaticato può essere sagace, divertente (e a questo punto è il minimo, Dio mio. Deve essere almeno tutte queste cose), ma taglia fuori tutto il piacere del suono di cui voglio godere.
Perché mai dovrei superare lo scoglio linguistico, dico io. Perché hai pensato di mettercelo questo scoglio, Cristo santo.
E' come se io odiassi la cipolla e mi mettessero davanti un cibo zeppo di cipolle e mi dicessero "Tranquilla, è buonissimo, ci sono tutti gli ingredienti che ti piacciono di più e lo ha cucinato il migliore chef in circolazione, solo non far caso alle cipolle".
Ma anche no, scusa.
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