lunedì 28 aprile 2014

Sono inutile.

Una praticissima guida alla mia inutilità. Il/la coraggioso/a che abbia voglia di relazionarsi con me potrà, con essa, facilmente orientarsi in mia presenza.
Una presenza, diciamolo, disturbante e imbarazzante per quanto inutile.
Ma appunto. Ecco la guida.

  • Entro nei negozi e, all'uscita, non riesco riprendere la strada nello stesso verso in cui la stavo percorrendo.
  • Non so fare le bolle di sapone. Cioè: sono in grado di soffiare in generale e sono in grado di tenere davanti alla bocca il bastoncino apposito precedentemente immerso nella soluzione a base di sapone. Queste due azioni possono da me essere svolte in maniera efficace se mantenute separate. Eseguite insieme non producono effetto alcuno.
  • Inciampo e cado e urto contro i mobili con i gomiti, la testa e ogni sporgenza corporea. E' più facile sistemare su un tavolinetto di cristallo la bomboniera del matrimonio della vecchia zia piuttosto che sistemarmi da una parte e trovarmi ancora lì, intera.
  • Ho scritto un racconto su Inutile.


Ora se non sapete cos'è inutile il guaio è bello grosso. Inutile sono genti che fanno cose belle, quindi utili.
Ma ecco che viene in soccorso la pratica guida all'utilità di Inutile.

  • Inutile ha un bel nome. Inutile. Insomma, a uno viene voglia di avvicinarsi no? a una cosa che non si presenta strombazzandosi troppo. Ha l'impressione che sia gente simpatica che bada alla sostanza. Il più delle volte Fashion in my closet like Audrey Hepburn è il titolo del fescioblò di una che veste Artigli.
  • Le genti di Inutile hanno un bel sito, in cui sono scritte cose belle (non il mio racconto, eh.  Il mio è sul numero 56 e non è tanto bello).
  • La simpatia innata dei siti che finiscono con .eu.
  • Le genti di Inutile fanno una trasmissione radio. Roba che Orson Welles ancora trema di vergogna e senso di inferiorità.
  • Le genti di inutile hanno pensato che sarebbe stato utile dare ai noi altri la possibilità di abbonarsi. L'abbonamento costa tipo meno di una maglietta da H&M. E lo sappiamo tutti che le magliette di H&M costano 'na cifra e sono fatte di poliuretano espanso. Inutile è 100% cotone batuffoloso.

Ora: che io abbia scritto qualcosa sul numero 56 è del tutto irrilevante per voi rispetto al fatto che quelli che sono abbonati ora conoscono il mio nome e cognome, e voi no.
Giusto per dire.
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venerdì 25 aprile 2014

Gli unicorni come simbolo di morte.

Consideriamo la situazione come già pericolosa. Febbre altissima, overdose di medicine, un certo scompenso ormonale che mi fa virare verso il sentimentalismo sia davanti a un documentario sui desaparecidos sia davanti all'ennesimo ascolto di Space oddity  (lacrime + lacrime + sonni agitati con correlate immagini di unicorni infuocati che non si rigenerano dalle proprie ceneri).
Possiamo parlare tranquillamente di sostrato.
Ora. Su questo sostrato innestiamo una serie di circostanze del tutto slegate dal sostrato stesso. Del tutto slegate dalla mia condizione fisica (sto meglio, grazie) nonché da David Bowie (che io immagino ancora e per sempre a Berlino, drogato e depresso e alle prese con Heroes cioè con, probabilmente, la mia canzone preferita in assoluto - lo aspetto da tanto quello che mi chiederà Qual è la tua canzone preferita in assoluto? e io saprò rispondergli, e spiegargli con precisione il perché, e gli farò notare che addirittura non è un pezzo dei Beatles, davanti al pubblico in studio letteralmente paralizzato dallo stupore).
Non c'entra David, dunque, o almeno non come fattore scatenante. Lo stesso vale per le madri dei desaparecidos in Plaza de mayo. Sostrato pure loro.
A ben pensare dipende da un libro che parla di una persona che sta morendo di cancro, l'ho iniziato a leggere sapendo solo che qualcuno nel libro moriva, senza altre indicazioni sulle modalità. Mi ha messo di cattivo umore, mi sono messa a leggere perché non avevo sonno, perfetto proprio, sono ancora sveglia dopo tre ore e soltanto 20 minuti di lettura.
Per alcuni anni sono cresciuta con addosso la minaccia della morte degli altri, e naturalmente mi sta ancora oggi ben attaccata alla spalle modello Invicta. Ma quelli sono stati anni molto particolari perché non avevo idea di cosa fosse la morte a parte una generica mancanza o un venir meno o un venire ingravidati da un alien e partorirlo dallo stomaco squarciato, giacché come sapete il cinema mi ha insegnato ogni cosa.
A nessuno che conoscessi era mai capitato di morire, e però mi sembrava un'avvenimento ingestibile se tentavo di copiaincollarlo dal film di Ridley Scott ad alcuni individui speciali.
La prima volta che mi morì qualcuno non morirono individui speciali. Mi impressionai comunque moltissimo e rimasi colpita soprattutto dalla macchina nera e dalle lanterne al suo interno, coi vetri coperti di polvere.
La seconda volta che mi morì qualcuno non morirono individui speciali, ancora fortunata ammetterete. Mi impressionai comunque moltissimo e piansi addirittura, perché ero più grandicella forse, come se ne avessi scoperto l'opportunità in relazione al momento. Mi colpì soprattutto venirlo a sapere tornando da scuola, c'era il portone chiuso per metà e il bigliettino col nome. Diedi una spiegazione a posteriori di alcuni fatti del mattino: mi sentii molto perspicace e pochissimo perspicace.
La terza volta fui sfortunata, ecco.
Copiaincolla ingestibile, come dicevo.
Poi ancora una quarta e una quinta, prima di una sesta oggettivamente tremenda, anche se meno tremenda soggettivamente e in realtà non volevo fare una classifica delle morti - sono una cosa così comune e diffusa che non c'è motivo di ritenere le proprie morti migliori di quelle degli altri - ma fare in modo che sia chiaro a me (e a chi altro se no?) che la Rovamicina, la Tachipirina, Buenos Aires, una vaga impressione di morte e la precisissima minaccia della stessa, e Major Tom, e il libro di Eggers, tutti insieme riuniti a cena come la famiglia Walker al completo - tutti sostrato in effetti, tranne il libro - mi hanno portato a pensare al futuro che non ho, e le prospettive, e la famiglia, e i soldi, e il lavoro che di giorno lo odio e stanotte ho paura di perderlo, e questo sovraccarico emotivo che mi ha preso crescendo impedendomi di affrontare con la freddezza di un tempo tutto quello che mi aspetterà tanto in fatto di morti quanto in fatto di cd troppo belli da ascoltare, e smettete tutti di fumare, e mangiamo verdure di stagione, e venite qui che vi stringo forte.
Niente di che dunque. Non agitiamoci troppo, come me altri tot miliardi tra gli unicorni e la morte. Sentite che bordello che facciamo tutti quanti, a letto dalle undici e spaventati fino alle tre. Cosa vuoi dormire più.

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martedì 15 aprile 2014

Spegni e riaccendi.

Insomma, anche chi se ne frega di queste settimanine tutte belle schematizzate, no?
Sono un po' incazzata rispetto al fatto che non metto lo smalto con regolarità, e le linee dei miei abiti non sono simmetriche come l'immagine che vorrei dare di me, e a volte mi faccio le sopracciglia davvero soltanto l'ultimo giorno utile prima di oltrepassare qualsiasi limite/regola/decenza.
Mi chiedo: perché mai, intollerante come sono verso l'ignoranza e la maleducazione, proprio io permetta alla banalità dei fatti quotidiani di farmi banale come loro, modellandomi mediamente stupida, perfettamente mimetizzata? Non so.
Sono successe alcune cose davvero belle che mi hanno così facilmente sollevato dal grigiolino topo delle mie giornate fintamente assolate. Se uno è ben predisposto, la bellezza è una cosa facilissima e quanto mi fa incazzare, madonna, che sia così a portata di mano e nascosta allo stesso tempo.
Un esempio. La mia migliore amica è incinta, a Roma, nella sua casa che non ho mai visto, in maternità dal lavoro. Io spero che suo marito le porti un regalo al giorno. Quando me l'ha detto saltellavo e abbracciavo l'aria come una stupida.
Un esempio. Sono andata a teatro a vedere Arancia Meccanica e mi sono incantata quando i drughi vanno a picchiare lo scrittore e sua moglie e la casa era in una scatola e quelli scopavano e morivano al rallentatore, dal vivo sul palco.
Un esempio. È arrivato il corriere con un pacco enorme e quel pacco conteneva un progetto - non vi ho mai detto che detesto la parola progetto, ma in questa occasione ci ho fatto pace perché tutto dipende da qualcos'altro e la parola progetto dipendeva fino ad ora, poverina, da qualcosa che non le apparteneva.
Quindi sono un po' incazzata, perché sono assai meglio di quello che sembra, so essere più felice di quanto non lo sia di solito, sono molto intelligente, più di quanto la giornata mi dia il tempo di far vedere, sono molto interessante perché mi piacciono poche cose, ma buone.
È l'alternanza di questi momenti che mi fotte e mi riavvia di continuo il cervello.

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mercoledì 2 aprile 2014

Sam, get some sleep. You're very tired.*

Sono le 9:49 di un mercoledì di aprile e sto scrivendo un post con i Mogwai in sottofondo.
No, non sono stata licenziata (nessuno mi licenzia: al massimo me ne vado io).
Sono sola in ufficio fino a venerdì.


Ehm.
In realtà mi ha preso un po' male questa cosa. Se da un lato il livello di ignoranza e pazzia si è di colpo annullato, lasciando un sacco di spazio ai miei pensieri che dal cervello sono passati per le orecchie e si sono messi comodi in giro per la stanza, dall'altro sono sola in ufficio.
Solissima.
Ieri ho passato otto ore a leggere, interrotta di tanto in tanto da qualche telefonata a cui ho risposto in maniera molto sgarbata. Otto ore nella finzione ti fanno schifare moltissimo la realtà e, a lungo andare, ti fanno schifare moltissimo anche la finzione: davanti all'ennesima cazzata/cattiveria fatta da Lila Cerullo avrei strappato le pagine a morsi, se non fosse che leggevo dall'e-reader.
Il cinema, che pure mi ha aiutato a comportarmi (in)adeguatamente in ogni occasione della vita, questa volta ha fallito miseramente.
Ecco alcuni esempi di solitudine cinematografica da cui non voglio trarre ispirazione.

1.  Chuck Noland - Cast away


Cioè, io sono molto attaccata alle mie cose (per esempio alla mia Parker verde menta che non lascio mai in ufficio perché temo che me la rubino/perdano/diano in mano ai bambini per disegnare male) però non vorrei essere costretta a parlare con lei della morte del romanzo e di cazzate similari.

2. Norman Bates - Psycho



Sapete quanto voglia bene a Madre. Eppure non vorrei doverla impersonare per sentirmi meno sola. Non ho grandi skills recitative. Ché poi noi parliamo così spesso di film che non vorrei incappare in una solitaria discussione a due su Psycho con la quale genereremmo una lacerazione nello spazio-tempo, e poi Keanu Reeves, Matrix, il kung-fu, Fringe, Pacey. No.

3. Aron Ralston - 127 ore



Una libreria Billy dall'apparenza innocente che, quando sono distratta, mi frana addosso. Urlo disperata ma la mia voce si smorza tragicamente prima di arrivare all'orecchio di qualcuno. Tento di sgusciare via sfruttando le mie doti atletiche, ma il braccio è rimasto incastrato tra due faldoni (fatture 2012 e fatture 2013). 127 ore scorrono via, mentre decido il da farsi. Poi mi taglio il braccio con il tagliacarte. 
Svedesi dimmerda. 

4. Sam Bell - Moon  (*il titolo l'ho pescato da qua)


 

Avete presente quella sensazione di alienazione che tanto l'ufficio quanto la catena di montaggio sanno dare? Quante volte avete mormorato "Mi sembra di essere nato, cresciuto e vissuto in questo studio dimmerda"?
E se fosse davvero così?
Io sono qui sola e inizio la mia giornata ogni giorno e finisco per dimenticare cosa c'è fuori, perché fuori non c'è niente. Alla fine di ogni giornata (o se impazzisco, o mi impicco, o una libreria Billy mi cade addosso e mi uccide), c'è un'altra me pronta a sostituirmi. Forse sono già la terza o la quarta o la centoventunesima copia di me stessa. I Capi mi osservano da molto molto lontano. Credo siano a Roma per fare formazione, invece si sono stabiliti da anni alle Maldive. Sono il loro Tamagochi.


[ore 12:17. Ho ascoltato nell'ordine i Mogwai, poi i Perturbazione e ora David Bowie. Ci ho messo ore a scrivere, perché alcuni clienti hanno avuto il cattivo gusto di interrompermi e farmi compagnia]

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